Il vitello d'oro


Milano, 14 giugno 2017

Per i bambini, i calciatori di Serie A sono sempre stati gli 'idoli del pallone' che accompagnavano i sogni e i momenti più felici dell’infanzia. Sono almeno vent'anni, però, che questa dimensione adolescenziale si protrae anche nell'età adulta attraverso idoli creati dal denaro: i calciatori di oggi sono i "vitelli d’oro" dati in pasto a un popolo disperato di appassionati orfani del "sogno del calcio". 

Il riferimento biblico è voluto (il vitello d’oro era la statua che, in assenza di Mosè recatosi sul monte Sinai per ricevere i Comandamenti da Dio, Aronne aveva edificato, affinché gli ebrei avessero un’immagine divina da adorare) e, soprattutto, è voluto l’ammonimento verso l’esito di questo infausto e sciagurato tentativo: l’ordine di Mosè di distruggere l’idolo e sterminare gli adoratori di un falso dio.

Fuor di metafora biblica: è assolutamente necessario che qualcuno si svegli e reagisca di fronte alla venale e criminogena aggressione che il calcio sta subendo da parte degli 'addetti ai lavori' che gestiscono i calciatori. Che un ragazzo appena maggiorenne come Donnarumma divenga la pedina inconsapevole di un gioco milionario e immorale, è un fatto che può solo produrre danni al calcio e agli stessi protagonisti che, apparentemente e momentaneamente (si vedano le statistiche statunitensi sul destino tutt'altro che brillante, sul piano esistenziale, che hanno generalmente le milionari star del football e del basket), sembrano essere beneficiari di questo 'mercato'. 

Questa deriva, sul piano economico, non può che distruggere il calcio e portare al fallimento i club. Il Milan ha già 'investito' 100 milioni per il mercato e l’Inter si affretterà a seguire la medesima strada: quando, risultati alla mano, le proprietà cinesi si renderanno conto che questi soldi sono stati semplicemente gettati dalla finestra, non vorrei che la vendetta biblica, in questo caso, facesse prendere a Mosè le sembianze asiatiche.

C’è una piccola ed edificante storia di “calcio minore”, accaduta a Pavia, che insegna come i cinesi nel calcio, esattamente come le formiche di Gino e Michele, a un certo punto si incazzano ...

Alessandro Aleotti

(pubblicato su autorizzazione dell'autore: l'originale qui)

St. Long John da Carrara e la signora Ivanka





















25 maggio 2017, Roma

E pensare che, quando lei è nata (a New York), Giorgione era ancora la star dei New York Cosmos. Quando lei è nata, Giorgione Chinaglia era il giocatore di soccer più famoso della grande metropoli americana. Che poi fosse una fama relativa, si sa.

Lei, Ivanka Trump, era a Roma insieme al padre e al marito due giorni fa. Ha cenato da Sabatino, in Piazza di Sant'Ignazio, famoso ristorante romano. A una parete del locale, una foto incorniciata di Padre Pio, una di papa Francesco, e di lato un crocifisso. In alto, a sovrastare tutto, un quadro che raffigura Giorgio Chinaglia, con la maglia della Lazio: un disegno ripreso da una foto scattata probabilmente verso la fine 1971 (forse il 19 dicembre, in occasione di una gara interna contro il Taranto), quando la Lazio militava in Serie B [vedi].


La signora Trump è incuriosita, la sacralità dell'immagine (il gesto del centravanti, esultante e con lo sguardo rivolto verso il cielo, gli conferisce un atteggiamento estatico) in quel contesto è fuori di dubbio. Domanda: "Che santo è?" Sembra una domanda molto ingenua, tant'è che viene riportata con entusiasmo da tutti i giornali. La figlia dell'uomo più potente del mondo sorpresa in una clamorosa benché innocente gaffe.

Eppure, la cosa è più interessante. Certo, diverte. Ma è un episodio rivelatore. Noi siamo abituati a questo tipo di iconografia e alle leggende (e al culto) dei santi pedatori. Ma, per chi non appartiene alle tribù, sono pratiche che incuriosiscono, nel loro rimandare a un immaginario religioso del tutto tradizionale.

Fonti:
- Ansa
e altre ancora ...

La città e i suoi ricordi




























Sarrilandia, 20 maggio 2017

A lungo sono rimasti, i giocatori, sotto la curva, applauditi dal loro popolo e dai soliti canti, nel tipico clima di festa che (in tempi lontani) caratterizzava l'ultima partita interna di ogni squadra. C'era sempre quella 'pacifica invasione di campo', oggi proibita. Ieri sera, sotto la curva, è rimasto a lungo il Napoli, al termine di un match dominato contro la Fiorentina, dopo l'ennesimo spettacolo di gran calcio offerto in questa stagione. Stagione che conclude senza titoli. Senza titoli? Certamente, in nessun albo d'oro il nome del Napoli farà capolino per la stagione 2016-17. Ha anzi peggiorato (manca ancora una partita, ma è difficile che qualcosa cambi) la sua posizione finale nella classifica di Serie A: da secondo a terzo. Ha mancato la finale della Coppa Italia, eliminato nel doppio confronto dalla Juventus. Ha vinto il girone preliminare di Champions League, non senza qualche affanno, ma poi il sorteggio l'ha messo di fronte al Real e sappiamo com'è andata. Dunque: zero tituli, direbbe Mourinho. Lo scudetto (virtuale) del bel gioco è indubbiamente suo: nessuno lo disconosce. Ma la città chiede qualcosa di più, ed espone pubblicamente la propria richiesta.

Sono passati esattamente trent'anni dal primo scudetto. I tifosi sono insaziabili. Vorrebbero vincere, e non dover vivere sempre e solo di ricordi. Sanno di avere una grande squadra, e un allenatore che le ha dato un gioco infinitamente più bello di quello che produceva il Maradonapoli. La differenza, allora, era tutta nei piedi del Diego. Ora può farla Sarri, gran direttore d'orchestra. Lo meriterebbero ampiamente, questa squadra e la sua città. 

Mezzogiorno e mezzo di fuoco






14 maggio 2017, Milano, Arena Suning (già Stadio 'Giuseppe Meazza' in San Siro)

La curva nord (la curva interista) è stata grande protagonista in occasione del match di Serie A tra Inter e Sassuolo, giocato alle 12.30. Ha reso pubblico il suo pensiero mediante il classico e ormai (almeno a Milano, e su entrambe le sponde della tifoseria) sistema della scrittura esposta su striscioni. Messaggi di contestazione, in rima ed articolati, ma anche semplici ed immediati. Che hanno come principali destinatari i giocatori, accusati di scarso - come si suol dire - attaccamento alla maglia, e dunque responsabili di una stagione fallimentare - la prima stagione intestata a Suning. Uno spettacolo pirotecnico, che si conclude intorno alla metà del primo tempo. E che qui ci limitiamo a documentare. 




















































La città e la storia







Torino, Juventus Stadium, 6 maggio 2017

Il cosiddetto derby della Mole ha importanza relativa per la classifica. E' in calendario, tuttavia, proprio nei giorni in cui - come ogni anno - si celebra il ricordo di Superga. Come sempre, in questi casi, c'è qualche mente raffinata che riesce a sollecitare la propria fantasia escogitando frasi che avrebbero lo scopo - più che di provocare gli altri - di divertire gli amici (imperdibile la scritta "Da Lisbona a Torino era meglio in motorino" piazzata su qualche lenzuolo lungo l'ascesa al colle; arguta e difficile la rima, senza dubbio). Ma sono episodi isolati, forse, Dentro lo stadio, invece, va in scena la liturgia consueta. Quella organizzata. E la curva bianconera, quella più 'calda', quella meglio infiltrata (da quel che sappiamo), quella che peraltro (come tante curve) nutre una passione per il calcio solo se porta utili e affari (loschi), espone quella che vuole essere la sentenza definitiva. "Torino: a voi il nome, a noi la storia". Già, stavolta niente battutacce tipo "solo uno schianto", tipo "quando volo penso al Toro". Nessun sussulto particolare. Una rivendicazione precisa. Nella storia (si suppone quella del calcio), per quello spicchio di 'popolo' juventino, il Toro non c'è. C'è la Juve, ci sono loro. Beh, detto nei giorni in cui - come ogni anno - si ripensa alla tragedia di Superga e a cos'era e a cos'è stato 'quel' Torino nella storia del calcio e soprattutto nella storia del paese, nell'immediato dopoguerra, allora sì: l'hanno presentata come una cosa seria, un pensiero profondo, una riflessione ponderata, ma fa davvero ridere. Molto.


A Dario piaceva l'Inter di Meazza




A Dario Fo, da ragazzo, piaceva l'Inter di Meazza. Poi non ha più dato cenni d'interesse autentico per il calcio - succube della politica e del business. Ma, sotto sotto ...
Da civis Mediolanensis ha infatti sempre seguito le vicende dei due club cittadini. "Lo sport è lo specchio della società e in questo caso della città. Io fingo di non interessarmene ma in realtà il calcio un po' lo seguo e non posso non accorgermi che si sono perse la chiarezza, la pulizia e l’esempio che Milano ha dato per anni. Sfoglio i giornali e leggo solo di 'business', di 'progetti', di giocatori da comprare e vendere come se il mondo del pallone fosse diventato il mercato degli Obej Obej. Prima le due società milanesi non erano così", disse al 'Corriere dello Sport' il 9 dicembre 2014. Il Milan era ancora nelle mani di Berlusconi; l'Inter aveva già iniziato il suo ciclo rivoluzionario; Erik Thohir ne era presidente già da un anno: "Pensate che si senta a casa a Milano? Che abbia dentro lo spirito milanese? Oppure credete che sia venuto qua perché considera l’Inter un affare? Purtroppo non c’è più la dimensione greca dello sport, la voglia di confrontarsi che avevano tutte le Polis. Gli anni sono passati e i valori sono diversi".
Erano tempi così così per i due club metropolitani: "In realtà mi sembra che Inter e Milan in questo momento tirino a campare. Non sono più i due club che erano l’orgoglio della nazione per come facevano crescere e diventare campioni i ragazzi del loro vivaio. Adesso se c’è da concludere un affare, anche a Milano si vende chiunque".
Già.
Addio, Dario.

Dario Fo (Sangiano, 24 marzo 1926 - Milano, 13 ottobre 2016)
L'intervista evocata è in parte leggibile qui

Parigi ai tempi di Euro 2016


Paris, 10 luglio 2016
L'immagine è suggestiva, certo. Ma ricorda in quali condizioni di ansia e paura si sia svolta la manifestazione. 

Non c'è stata festa a Parigi, la notte della finale. Il mega-schermo sarà rimosso. Ansia e paura, invece, resteranno. Ombre della vita quotidiana.

La prima del Kosovo





3 giugno 2016
Mentre Edi Rama, primo ministro albanese, a Pristina, dichiarava che Albania e Kosovo sono un solo popolo, una sola nazione, un solo sogno - scatenando l'ira di Marko Đurić, direttore dell'agenzia governativa serba degli affari esteri che si occupa della questione kosovara [vedi] -, la rappresentativa pedatoria del Kosovo scendeva per la prima volta in campo dopo aver ottenuto l'affiliazione all'Uefa e alla Fifa. Il battesimo è avvenuto a Francoforte, nel piccolo Frankfurter Volksbank Stadion. 
Ospiti graditi e tutto sommato disponibili, i pedatori delle Faroe Islands. E' finita due a zero per i neofiti, nonostante Bersant Celina, in forza al Manchester City, si sia fatto espellere già nel primo tempo. Autore del primo, storico e 'ufficiale' gol kosovaro, Albert Bunjaku, nativo di Gjilan, stagionato attaccante del San Gallo che peraltro aveva già raccolto alcuni gettoni di presenza nella nazionale elvetica.

Il match: tabellino - highlights


Segnalazioni: 21-31 maggio 2016









Per i 70 di George Best


"Football genius, bar-room regular, bedroom Lothario"
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Oggi, 22 maggio 2016, George Best compie 70 anni.
Chissà come li festeggerà


Campione epocale, Best costruì il suo mito tra il 1963 e il 1968 con la maglia dei Red Devils:
1 Coppa dei campioni, 2 campionati, 1 FA Cup, 2 Charity Shields, Pallone d'oro nel 1968

19 aprile 1969, Old Trafford, con sir Matt Busby

Tanto bastò a Pelé per affermare che “George Best was the greatest player in the world". Nella natia Belfast ancora lo ricordano, in scritture esposte, al motto: “Maradona good, Pele better, George Best”

Best non è stato solo il grande campione di talento, grazia e bellezza che ancora tutti ricordano: fu il primo calciatore popstar, l'antesignano di epigoni come Beckham o Ronaldo
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L'uomo
George Best (Belfast, 22 maggio 1946 – Londra, 25 novembre 2005)
I profili: FIFA - Manchester United | Statistiche | Eupallog Pentavalida
L'autobiografia | Bibliografia | In libreria

Il giocatore
L'epifania | Le migliori partite | La sestina in FA Cup | Nella NASL
Lo stile di gioco | Le opinioni dei colleghi

Lo stile di vita
Su se stesso | Donne | Alcol | Motori | Casa | Moda | Pubblicità: scarpe - salsicce | TV

2005
L'ultimo stadio | I funerali
Il tributo all'Old Trafford
I necrologi: Brian Glanville (Guardian) - "The Indipendent" - "Corriere della Sera" - "La Repubblica"


1° ottobre 1966

Documentari TV
 Best Intentions (2000) | The only One (2002) | The Best (2010)

Cinema
Hellmuth Costard, Fußball wie noch nie (1971) | Mary McGuckian, Best (2000) | Animazione

Arte e grafica
Stewart Beckett | Banksy | Statua
Murales 01-02-03-04-05-06

Canzoni
Don Fardon (Belfast Boy) | Finbar Furey (The Ballad of Georgie Best) | Cisco Bellotti (Best)
Canto allo stadio

Intitolazioni
Francobolli | Banconote | Aerei | Aeroporti

By Zoran Lucić
* La frase iniziale è di Paul Doyle ("The Guardian",  25 November 2005)

Segnalazioni: 13-20 maggio 2016








Segnalazioni: 5-12 maggio 2016





Segnalazioni 1 - 4 maggio 2016


Xeneizes


Estate/Inverno 2015

"Quella giornâ a-i 3 d’arvî do 1905, Esteban Baglietto, Alfredo Scarpatti, Santiago Sana e i fræ Teodoro e Juan Antonio Farenga an fæto ‘na cösa no goæi despægia da quello che tanti atri gruppi d’amixi into resto de l’Argentinn-a favan pe apagâ quello fervô verso o balon ch’o s’ea açeizo into pòpolo. An fondòu o seu club...".

Molti avranno riconosciuto la lingua: è genovese. Il club in questione, quello fondato lunedì 3 d'aprile 1905, non è ligure però. È il Boca Juniors. Che in questi giorni ha rinnovato e arricchito il proprio sito web, affiancando alla versione spagnola quelle di tre sole altre lingue. Che non sono né il cinese, né l'arabo, né il giapponese, né l'indonesiano, né il coreano imperanti sulle piattaforme social e multimediali dei superclub planetari. Sono semplicemente l'inglese, l'italiano e il genovés.

In un'epoca dominata dal capitalismo finanziario, dalla globalizzazione culturale e dalla più feroce omologazione consumistica, viene dalla fine del mondo non solo un papa rivoluzionario ma anche una semplice bella notizia come questa. La testimonianza di una memoria viva, che alimenta una passione vera. Che è la loro ma anche la nostra, di quelli cioè che amano il football come storia, come cultura, come elemento fondante dell'esperienza di vita.

Il Boca Juniors ebbe origine a Buenos Aires da giovani di origine italiana - Esteban Baglietto, Alfredo Scarpatti, Santiago Pedro Sana e i fratelli Juan e Teodoro Farenga - nel quartiere della Boca, abitato allora prevalentemente da immigrati genovesi: da qui il soprannome della squadra, Xeneizes. Anche loro pagarono un tributo alla moda del tempo: l'apposizione Juniors, per dare un'impronta british al club. Baglietto era l'unico ligure ma non riuscì a imporre i colori genovesi. Le discussioni tra i fondatori furono risolte da un accordo affidato al caso: adottare i colori della prima nave attraccata al porto quel giorno. Era scandinava, però, non mediterranea. Ma i colori appartengono ormai alla storia del calcio.

Stöia | Nella foto una formazione del Boca nel 1910.

Ultras tra altalene e fortini




Castelrotto (BZ), 23 luglio 2015

Come è ormai buona tradizione, il mese di luglio non è ancora finito, si disputano già le prime amichevoli di preparazione, e anche gli ultras sono entrati in precampionato. Devono allenarsi. Sono fermi e inermi da un paio di mesi, e l'esistenza (si converrà) è triste senza scazzottate, senza titoli sui quotidiani. Senza imprese da raccontare.

Così, a Castelrotto (provincia di Bolzano), si sono dati appuntamento gruppi di idioti che parteggiano vuoi per il Bologna vuoi per lo Spezia, che avevano organizzato una partitella sul campo locale. Hanno pensato bene di rincorrersi e sprangarsi in un parco-giochi, tra fortini e altalene, infischiandosene dei bambini che trascorrevano tranquilli il loro pomeriggio. 

Lasciatevelo dire, cari ultras. Fate ribrezzo. Siete pura immondizia umana. Vi dovrebbero smaltire, come rifiuti tossici.

Video

Il cancro delle scommesse on line







22 luglio 2015 


La notizia di oggi è interessante (per modo di dire). Una vasta operazione coordinata dalla Procura di Reggio Calabria ha portato all'arresto d'un certo numero di malviventi e soprattutto al sequestro di varie società operanti nel settore delle scommesse on line. Parecchi i siti oscurati. In buona sostanza, diverse 'betting-houses', probabilmente autorizzate a operare dall'AAMS o dotate di licenza europea, sono gestite dalla 'ndrangheta e da ogni tipo di mafia. E hanno sede legale solo di rado in Italia.

Ne consegue un corto-circuito criminale che sta rendendo lo sport - il calcio, ma non solo - qualcosa di totalmente diverso da un'attività sportivo-agonistica, preso com'è in una rete sempre più vasta e completa di soggetti attivi nell'orientamento degli esiti di partite d'ogni tipo; le entrate che il fisco si garantisce tollerando queste attività sono nulla, rispetto al danno infinito che si produce alla società, agli sportivi, ai cittadini per bene.

Per avere un'idea di quale sia la situazione, è sufficiente dare un'occhiata a un sito qualsiasi, e verificare la quantità infinita di eventi (anche di livello molto basso) che vengono offerti agli scommettitori. Oltre al calcio (che naturalmente fa più notizia) vi sono decine e decine di match dei circuiti minori del tennis - e indagini di qualche anno fa hanno messo in rilievo come anche in quel settore la corruzione sia ormai prassi quotidiana. Ci sono le freccette (Darts), il campionato filippino di basket, le competizioni giovanili. C'è tutto. Ci si chiede: quanti match vengono giocati 'davvero' e regolarmente, con i contendenti impegnati nello sforzo di superarsi? Quanti match non sono condizionati (condizionandole a loro volta, strategicamente) dalle quote dei bookers e dalle loro oscillazioni? Molto, molto pochi, probabilmente.

Si disse, alcuni anni fa, che la legalizzazione delle scommesse avrebbe estinto o limitato le attività criminali. Com'è evidente, invece, le ha esponenzialmente moltiplicate. E lo sport - tutto lo sport - è investito da questa autentica cancrena. 

365 giorni buttati via ...


3 luglio 2015, FIGB

Nell'agonia del sistema calcio italiano, accogliamo con piacere la notizia (peraltro ancora soggetta a conferma: le dimissioni ora si danno infatti à la Blatter) del "farsi da parte" del presidente della Lega Pro Mario Macalli [fonte], che avevamo invocato esattamente un anno fa [vedi]. 365 giorni buttati via, come era facilmente pronosticabile.

Macalli ha compiuto 78 anni, lavora nel calcio da 53, è presidente della Serie C da 18: sotto la sua presidenza sono fallite decine di squadre e il movimento è ormai completamente distrutto da scandali, scommesse, criminalità organizzata e dissesto finanziario e morale.

Decenza vorrebbe che dessero le dimissioni anche il presidente della FIGC Carlo Tavecchio, quello della Lega Serie A Maurizio Beretta, il pluricondannato Claudio Lotito [elenco], etc., etc. Delle fantomatiche "riforme" (a cominciare da quella della struttura dei campionati) promesse dopo l'invereconda elezione del primo nell'estate 2014 non abbiamo ancora traccia, ovviamente. Non rimane che auspicare il commissariamento totale del calcio italiano.

Il rullo


30 giugno 2015, Champions League, Primo turno di qualificazione

Il calcio globale è un rullo continuo: non è ancora finita la stagione agonistica che già comincia la successiva. Senza considerare la Copa América nell'altro emisfero - nella quale peraltro sono impegnati molti atleti che giocano nei campionati europei e che ancora devono fare le vacanze -, oggi la finale dell'Euro Under 21 tra Svezia e Portogallo conclude la stagione UEFA 2014-2015 proprio nel giorno in cui si avviano la Champions e l'Europa League 2015-2016 con il primo turno di qualificazione tra squadre dove militano "poliziotti, insegnanti, meccanici, falegnami, panettieri", come sottolinea con malcelato orgoglio il sito della danarosissima UEFA.

Tre le partite di CL in programma. Al Victoria Stadium di Gibilterra il Lincoln incontra i campioni di Andorra del FC Santa Coloma. Al Seaview di Belfast i Crusaders si battono contro i campioni estoni del FC Levadia Tallinn. Le reminiscenze più suggestive arrivano invece da Yerevan in Armenia, dove il Pyunik ospita i campioni sammarinesi della Folgore nel venerando stadio sovietico della Dinamo, costruito nel 1935. Oggi si chiama Vazgen Sargsyan anvan Hanrapetakan Marzadasht, vale a dire Stadio repubblicano "Vazgen Sargsyan", il primo ministro assassinato in carica nel 1999.

Viviamo anni di guerra con santuari abbandonati perché bombardati [vedi]: che la nuova stagione cominci in uno stadio dedicato a un eroe militare [vedi], ce lo conferma sinistramente.

C'era un ragazzo che come noi amava il rap e il Real Madrid ...


26 giugno 2015, Sousse

E' forse una foto destinata a entrare nell'immaginario storico collettivo come quella dell'attentato delle due torri dell'11 settembre 2001. Seiffedine Rezgui si allontana a piedi dal teatro della sua Jihād, senza correre, con un'espressione assorta che cela il mistero angoscioso delle ragioni dell'atto che ha appena compiuto. Analogo, per molti versi, a quello di Anders Behring Breivik, di Dylann Storm Roof e di tanti altri individui che hanno compiuto nelle settimane scorse e in anni recenti stragi di esseri umani inermi.

Chi lo conosceva lo ricorda come un appassionato di musica rap e di calcio, dal Real Madrid della "decima" alla nazionale tunisina, eliminata ai quarti di finale della Coppa d'Africa dello scorso gennaio. "Ogni tanto, quando passava di qui per andarci, si fermava a dare due calci al pallone con noi", ha detto un conoscente: "Era anche bravo, ma faceva due passaggi e stop: salutava, e via nella Grande Moschea".

Qui vogliamo ricordare anche Hervé Cornara, il primo uomo a essere decapitato in Europa per motivi religiosi negli ultimi due secoli. Amava il calcio anche lui: era abbonato dell'Olympique Lyonnais.

Viviamo anni difficili, di guerra. Ma non dobbiamo perdere la speranza che anche l'esperanto calcistico possa - al fine - aiutarci a ridare un tassello di senso a quanto appare non averne.

La libertà di giocare a calcio


Debrecen, 17-21 giugno 2015

Come ha scritto Roberto Beccantini, "la Fifa ha 209 chiese affiliate, l’Onu ‘soltanto’ 193". Vero, ma alcune 'chiese', per loro fortuna, non sono affiliate alla Spectre guidata da quell'onest'uomo di Sepp Blatter. Si sono invece associate nella Confederation of Independent Football Associations (CONIFA), che dal 2013 riunisce rappresentative di stati non riconosciuti, minoranze, popoli senza stato, regioni e micronazioni [vedi].

Nel 2014 si è tenuta la prima World Football Cup ad Östersund, in Svezia, alla quale hanno partecipato l'Abcazia, l'Aramea, la Contea di Nizza, il Darfur, l'Isola di Man, il Kurdistan, la Lapponia, il Nagorno Karabakh, l'Occitania, l'Ossezia del Sud, la Padania e il Tamil Eelam. Il torneo è statovinto dalla Contea di Nizza ai rigori sull'Isola di Man.

Si disputa invece in questi giorni la prima European Football Cup, ospitata a Debrecen, in Ungheria, alla quale partecipano sei rappresentative: l'Alta Ungheria (Felvidék), la Contea di Nizza, l'Isola di Man, la Padania, i Rom e la Terra dei Siculi (Székely Land).

Ovviamente i giornali italiani hanno subito inzuppato il biscotto per il confronto che ha messo di fronte la Padania (composta da supposti 'razzisti' e che schiera un lumbard come Enock Barwuah) e i Rom (i supposti 'zingari'). Per la cronaca hanno vinto i padani per 3:2.

Provincialismo dei media italiani a parte, l'iniziativa è seria, importante e meritoria. Il motto della ConIFA è "Freedom to play football". Il suo scopo è "costruire relazioni tra i popoli, le nazioni, le minoranze e le regioni isolate in tutto il mondo attraverso l’amicizia, la cultura e la gioia di giocare a calcio", e "perseguire il fair play e lo sradicamento del razzismo". Altro che il "No to racism" recitato dai top-players della UEFA ... [vedi].

Vedi anche: Gazzetta | Backstage Football
Rassegna italiota: 01-02-03-04